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ADHD: principali differenze fra ICD-10, DSM-IV e DSM-5

I più famosi manuali diagnostici sono l’ICD, curato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e il DSM, curato dall’American Psychiatric Association. Entrambi riconoscono l’esistenza di una categoria diagnostica che, pur con termini  e criteri diversi, raggruppa soggetti con Deficit dell’Attenzione e/o Iperattività. Vediamo le principali differenze fra ICD-10, DSM-IV e DSM-5, le novità del DSM-5 e come andare oltre le classificazioni.

 

 

 

Etichetta diagnostica ADHD

 

L’ADHD (Attention Deficit/ Hyperactivity Disorder) è l’etichetta diagnostica, una delle tante per la verità, che raggruppa quei bambini che hanno difficoltà di attenzione e/o di iperattività. Secondo le stime il 5% dei bambini in età scolare manifesta problemi categorizzabili come ADHD. Alcuni autori però parlano addirittura del 16-20%, facendovi rientrare numerosi soggetti che di fatto rendono complicata la vita dell’insegnante.  E proprio qui spesso sta il punto:  le manifestazioni di disagio che hanno ricadute sull’attenzione e sul controllo sono moltissime e perciò la comunità scientifica, a seconda dei criteri diagnostici che sceglie, può attribuire l’etichetta ADHD in modo più o meno estensivo.

 

 

L’ADHD nel DSM-IV e nell’ICD-10

 

Il DSM-IV  richiedeva la presenza, negli ultimi sei mesi, di almeno 6 sintomi di inattenzione o di iperattività/impulsività. I sintomi di inattenzione erano descritti così:

  • spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici, sul lavoro, o in altre attività;
  • spesso ha difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di gioco;
  • spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;
  • spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze, o i doveri sul posto di lavoro;
  • spesso ha difficoltà ad organizzarsi nei compiti e nelle attività;
  • spesso evita, prova avversione, o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto;
  • spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività;
  • spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;
  • spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

I sintomi di iperattività erano invece descritti così:

  • spesso muove con irrequietezza mani o piedi o si dimena sulla sedia;
  • spesso lascia il proprio posto a sedere in classe o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto;
  • spesso scorrazza e salta dovunque in modo eccessivo in situazioni in cui è fuori luogo;
  • spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a divertimenti in modo tranquillo;
  • è spesso “sotto pressione” o agisce come se fosse “motorizzato”;
  • spesso parla troppo;
  • spesso “spara” le risposte prima che le domande siano state completate;
  • spesso ha difficoltà ad attendere il proprio turno;
  • spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti.

Un criterio molto importante riguardava il fatto che tali sintomi, presenti in almeno due contesti, dovevano manifestarsi anche prima dei 7 anni di età.
Ovviamente esistevano dei criteri di esclusione per la diagnosi differenziale: Disturbo Pervasivo dello Sviluppo, Schizofrenia o un altro Disturbo Psicotico, Disturbo dell’Umore, Disturbo d’Ansia, Disturbo Dissociativo, Disturbo di Personalità.
Nella classificazione diagnostica dell’OMS è presente all’interno delle Sindromi ipercinetiche il Disturbo dell’Attività e dell’Attenzione, simile all’ADHD di tipo combinato (Inattenzione + iperattività / impulsività) del DSM-IV. L’ICD10 non prevede alcuna categoria diagnostica corrispondente all’ADHD di tipo prevalentemente inattentivo del DSM-IV.
Per quanto riguarda il Disturbo dell’Attività e dell’Attenzione, i sintomi sono gli stessi del DSM-IV. Però per l’ICD-10 la diagnosi viene posta solo se un bambino presenta in modo combinato almeno sei sintomi di disattenzione, tre di iperattività e uno di impulsività.
Altra differenza interessante riguarda il fatto che per il DSM-IV i sintomi devono essere presenti prima dei 7 anni, per l’ICD-10 prima dei 6.
Vi è accordo, invece, che per porre la diagnosi il disturbo deve manifestarsi in almeno due contesti e compromettere il funzionamento sociale e scolastico/lavorativo.

 

 

Le principali novità per l’ADHD nel DSM-5

 

Nel DSM-5 l’ADHD viene classificato come un disturbo del neurosviluppo anziché che essere compreso nei disturbi del comportamento dirompente.
Non sono cambiati la lista dei sintomi né la concettualizzazione clinica di base, però è cambiato il criterio B, quello inerente all’età. Nel DSM-5 si chiede, infatti, che i sintomi debbano essere presenti prima dei 12 anni e non prima dei 7. Questo cambiamento, che in molti hanno letto come un allargamento smisurato delle possibilità di diagnosi nosografica e che hanno additato come il prodotto delle pressioni delle casa farmaceutiche a danno dei bambini, fa aumentare la prevalenza delle diagnosi di appena lo 0,1%. Un aumento più significativo (fino a tre volte, secondo alcuni autori) si può avere in effetti quando l’ADHD viene diagnosticato per la prima volta in età adulta anche perché il cut-off dei sintomi richiesti è a quel punto di 5 e non di 6.
Un po’ più rilevante è, invece, il fatto che quelli che il DSM-IV proponeva come sottotipi (a predominanza inattentiva, iperattiva-impulsiva e combinata), sono stati ridotti a presentazioni cliniche, introducendo di fatto la possibilità, non così infrequente nella pratica, che un sottotipo possa modificarsi in un altro.
Infine, l’ultima differenza sostanziale tra DSM-IV e DSM-5  riguarda la possibile diagnosi in comorbidità tra ADHD e Autismo, non più considerato criterio di esclusione.

 

 

Oltre le classificazioni

 

Le classificazioni certamente hanno un importanza da un punto di vista statistico e medico-legale, però il punto fondamentale riguarda come aiutare tutti quelli che presentano delle manifestazioni simili o uguali a quelle descritte nei manuali diagnostici. Anche perché altrimenti la scuola può diventare un inferno per tutti, allievi, genitori e insegnanti, e il percorso di sviluppo della persona può essere ostacolato e frenato, evolvendo in modo negativo.
Per stare con una persona che ha manifestazioni come quelle descritte nel DSM o nell’ICD occorre una solida preparazione, non solo teorica, bensì esperienziale, ed occorre avere una chiara idea rispetto agli strumenti, ai metodi e alle modalità adatte a promuovere, in ambito clinico e didattico, il maggior successo e la migliore crescita possibile.

 

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