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Mediazione Familiare: confliggere senza sconfiggere

L’articolo, a cura della Dott.ssa Federica Ciccanti,  direttrice della  Formazione per Mediatori Familiari, è tratto dalla relazione tenuta al Congresso “L’uomo… con la valigia: viaggi e viaggiatori nelle relazioni di aiuto alla persona” dell’ 8-9 ottobre 2016 a Firenze e apparso sulla Rivista specializzata Nuovi Orizzonti.

 

Il titolo di questo intervento è un paradosso: lo userò per proporvi una nuova visione del conflitto in separazione divorzio. Vi presento un viaggio dove la prima tappa consiste nel “confliggere” e la meta nel “confliggere senza sconfiggere”.
Il termine confliggere deriva dal latino e significa “lottare, combattere, contrastare con altro o con altri”, si diversifica dal termine sconfiggere che invece ha come significato “abbattere, superare compiutamente qualsiasi avversario e particolarmente il nemico in battaglia”. La differenza sostanziale è la esistenza del termine “avversario… nemico” presente nella definizione del verbo sconfiggere.

 

Ma è possibile essere in conflitto con una persona senza considerarla nemica? Può esistere una lotta senza la tensione che deriva dal desiderio di annientare l’altro? Può una persona combattere senza abbattere l’altra?

 

La risposta è sì, ma ci sono determinate condizioni che rendono possibile ciò e queste condizioni dipendono a loro volta da precisi fattori. Ve le presento sommariamente per poi illustrarvi i molti effetti positivi del “confliggere senza sconfiggere” che ricadono sulle persone in quanto ex-coniugi, in quanto genitori e sui figli.
Prima ecco alcune informazioni essenziali per spiegare la mediazione familiare a chi non la conosce.
La mediazione familiare è ahimè ancora poco conosciuta nel contesto socio-culturale italiano, ma chi la conosce perché se n’è servito ne apprezza tutto, la stima e la valorizza dandole molti appellativi positivi, come ad esempio si può leggere in molti forum presenti in rete. Sono molti gli articoli scritti da illustri terapeuti familiari (Cigoli, Bonusso) (Cigoli, 2007; Cigoli, Margola, Gennari e Snyder, 2014), da mediatori familiari di indubbio spessore come Isabella Buzzi (Buzzi, 1995; 1997; 2004), mediatore familiare che ha curato l’edizione italiana del testo del prof. Haynes (Haynes e Buzzi, 1996), che è anche testo base per tutti gli allievi del corso di mediazione familiare dell’ISFAR. La mediazione dei conflitti è una ADR, dall’acronimo inglese di Alternative Dispute Resolution , cioè è un Metodo alternativo di risoluzione delle controversie; il tratto più saliente che la distingue dagli altri metodi ADR (arbitrato, compromesso, negoziato) è lo spazio che assegna alla relazione ed al mantenimento del rapporto tra le parti anche dopo aver chiuso la vertenza con un accordo condiviso. Si caratterizza come un processo informale e non basato sul piano antagonista vincitore/perdente… L’accordo raggiunto dovrà essere volontario, mutuamente accettabile e durevole nel tempo; inoltre in mediazione l’autorità decisionale resta alle parti. La mediazione lavora tenendo conto di due diversi sfondi entrambi pariteticamente presenti durante tutto il processo mediativo: il primo riguarda la coppia coniugale e l’altro la coppia genitoriale. Sono due sfondi interconnessi.

 

 

Che succede quando una coppia decide di separarsi?

 

Solitamente non vi è accordo univoco sulla decisione, di solito uno dei due decide di chiudere la propria storia coniugale e l’altro invece non è d’accordo e vorrebbe fare qualche tentativo o addirittura si dichiara talmente innamorato da non voler nemmeno considerare l’ipotesi di separarsi. Sono momenti delicati e dolorosi per entrambi: il mondo crolla addosso e desiderano che la sofferenza passi presto. Ci saranno posizioni differenti: il coniuge lasciante avrò fretta di arrivare alla separazione in modo da lenire i sensi di colpa, da abbassare la sofferenza, e per raggiungere questi obiettivi sarà accomodante nel prendere accordi e frettoloso. Il coniuge lasciato invece avrà gradi e tempi di accettazione diversi, a seconda del grado di comprensione e della elaborazione della storia e del percorso della richiesta di separarsi da parte del coniuge, se ciò non avviene potrebbe negare addirittura la firma alla separazione consensuale, costringendo il coniuge a ricorrere alla separazione giudiziale. Si verificano poi altre situazioni in cui i coniugi non vogliono stare assieme ma non hanno la volontà di separarsi e di affrontare il complesso e doloroso iter della separazione; quindi alimentati dal desiderio e di tenere in piedi il legame e dalla speranza che l’altro cambi, entrambi trovano nel conflitto la condizione per rimanere collegati con il coniuge. È il cosiddetto legame disperante.
In generale diciamo che il mancato riconoscimento del problema aggrava il conflitto stesso e lo esaspera fino a farlo diventare un vero e proprio modo strutturato di vivere la vita di coppia e di fare famiglia, con notevoli ripercussioni sulla salute mentale dei figli, sul loro sviluppo psico-emotivo e socio-relazionale.
I coniugi che si separano hanno due vissuti diversi, vissuti che determinano il modo di relazionarsi nell’oggi tra di loro e con i figli e ampliano la forbice dell’incomunicabilità e del dolore. I figli della coppia sono presenti a queste manifestazioni di dolore misto a rabbia: vedono, sentono e rispondono. In qualche modo i figli rispondono sempre! A volte incassano tenendo tutto dentro, altre volte la sofferenza è così dilagante da dar vita al sintomo: crolli nelle prestazioni scolastiche (tali da far sembrare che il bambina abbia un DSA), aggressività o all’opposto tendenza all’evitamento, problemi nell’alimentazione e nel sonno, regressioni di vario tipo, enuresi, encopresi ecc.
Tra il dichiararsi che si vuole la separazione e la decisione di agirla andando dall’avvocato o facendo la valige possono passare anche dei mesi, in alcune situazioni anche due o tre anni. In quel lasso di tempo succede di tutto: è difficile per due persone che hanno investito tanto nella relazione con l’altro – mettendo anche al mondo dei figli – dire “basta” e iniziare a programmare la vita da genitori senza essere coppia. La letteratura e l’esperienza dice che è difficile anche per chi prende per primo la decisione di lasciare l’altro!
Chiamiamo in causa quindi il secondo sfondo che riguarda la coppia genitoriale. Il problema che si presenta fin dalle prime battute in mediazione è la concordanza/discordanza tra i genitori rispetto a che cosa significa concretamente per ciascuno la frase “non voglio che i miei figli soffrano”: animati a parole dal desiderio di non farli soffrire, nella realtà concretamente confondono i bisogni propri con quelli dei figli, cercano soluzioni di accomodamento per le proprie personali frustrazioni e non riescono ad accedere ai bisogni reali che i figli hanno quando mamma e papà si stanno separando. Infatti in mediazione non è raro ascoltare persone che chiedano di agire immediatamente la separazione dal coniuge, avendo già una relazione con un’altra persona, avendo già scelto di andare a convivere e di presentare la nuova compagna ai figli, nell’arco di breve tempo, convinto di essere in questo modo onesto e trasparente con i figli.
Dal punto di vista dei figli, invece le cose stanno diversamente: è molto doloroso vedere che tra mamma e papà regna il gelo (anche se i piatti non volano!), sicuramente innesca meccanismi di paura e di insicurezza profonda, anche in età adolescenziale o adulta e non solo in tenera età (come erroneamente si pensa).

I principali bisogni dei figli sono i seguenti:

  • Essere rassicurati che non è colpa loro se mamma e papà si sono lasciati;
  • Essere liberati dal dover agire tentativi di rimettere assieme mamma e papà;
  • Essere autorizzati a volere bene a tutti e due senza sentirsi costretto a scegliere chi è il genitore che merita maggiore amore o riconoscimento!

 

 

Come mai i genitori faticano così tanto a leggere questi messaggi? Come mai devono recarsi da un terzo esterno (il mediatore appunto) per rispondere a dei bisogni apparentemente così evidenti?

 

La risposta che mi sono data è questa: non rispondono perché non sentono domande, non vedono bisogni perché troppo centrati sui propri. Cattiveria? Assolutamente no! Ignoranza? Nemmeno! Effetti collaterali dei conflitto di coppia? Sì, la risposta sta proprio nell’azione sconvolgente e coinvolgente del conflitto. Per capire come sia possibile arrivare a confliggere senza sconfiggere l’altro vi presento come agisce il conflitto e quali passaggi è necessario compiere per confliggere senza sconfiggere.
Il conflitto ha diverse accezioni, a seconda della angolatura dal quale lo si guarda e dal contesto nel quale avviene. L’idea di conflitto si è legata a una concezione distruttiva dello stesso e quindi negativa; ma il conflitto fa parte della vita, come la violenza e la lotta. Il conflitto, non è né un bene né un male, c’è semplicemente; e noi dobbiamo imparare a “trasformarlo” sia nella relazione tra parti in conflitto sia soprattutto con noi stessi. Quindi il conflitto è nell’individuo e nella relazione: ne fa parte. In uno dei suoi significati etimologici la crisi è descritta come qualcosa che presuppone a una scelta, a una decisione. Quindi come la crisi rappresenta un’opportunità, così anche il conflitto, passando attraverso delle scelte deve creare opportunità utilizzando le trasformazioni in senso evolutivo. I conflitti invece vengono vissuti come qualcosa di fastidioso, minaccioso, distruttivo, doloroso. La maggior parte delle persone tenta di evitarli; quando non è possibile spesso diventano una lotta per il potere, che si inasprisce e si cronicizza consolidandone le concezioni negative.
Quindi il conflitto è neutro, il punto è come le persone lo affrontano, cioè quale stile di fronteggiamento utilizzano. In base allo stile si avrà ovviamente un risultato diverso.
La chiave di lettura per comprendere i conflitti familiari è il concetto di conflitto evolutivo.
In ogni conflitto c’è un’incompatibilità di obiettivi (di valori, di significati ecc.) che produce una relazione nella quale ogni parte cerca di imporre all’altra il ruolo di «oggetto». Se l’altro è «cosa», e non persona di uguale dignità, tutte le scelte compiute saranno rivolte a voler sconfiggere l’altro e saranno conseguentemente intrise di strategie di possesso, manipolazione, strumentalizzazione, o addirittura (nelle situazioni peggiori) di sopraffazione ed eliminazione. La mediazione ha il compito di restituire al lui e alla lei della coppia il ruolo di persona, che ha il diritto di difendere la propria visione del mondo e che si assume consapevolmente la responsabilità delle proprie decisioni. Si possono aprire così i canali di dialogo e di reciproco riconoscimento, di dignità nella diversità di prospettive e di appartenenza, mettendo in mano alla coppia il difficile, ma indispensabile, compito di «vincere insieme». In una situazione inaccettabile (pensando anche agli ex-coniugi e non solo ai figli) di escalation di violenza e chiusura, la scelta di uscire entrambi vincitori ha il carattere del «dono», inteso come atto gratuito e rischioso con il quale ciascun elemento della coppia afferma il tentativo di produrre un cambiamento positivo nella relazione con l’altro: perché, come scrive Valdambrini, “l’avversario nasconde in sé anche un bene prezioso. Ma chi è allora l’avversario? è l’altro che serve a ciascuno per «risolvere il problema», è l’«estraneo» che aiuta a definirsi, a tracciare la strada del futuro”.ù

 

 

Di quale futuro si parla in mediazione?

 

Il futuro di cui si parla è imparare a fare i genitori senza essere coppia. L’obiettivo è quello di rimanere dentro al conflitto concentrandosi sulla possibilità di trovare in esso una risorsa per un sistema di relazioni che non possono prescindere dalla differenza; la sfida è quella di capire le ragioni altrui e di creare le condizioni, perché un rapporto si alimenti anche nella divergenza. Ciò rende evolutivo il conflitto e un conflitto così gestito diventa veramente evolutivo, non solo per ciascun coniuge e i figli, ma per tutta la famiglia.
Ci supportano in questa visione anche le ricerche sociologiche degli ultimi trent’anni secondo le quali Il gruppo familiare viene sempre più concepito come un contesto conflittuale in cui ha luogo l’interazione, dove si svolgono dinamiche relativa alla negoziazione e alla contrattazione; è un sistema in costante trasformazione, che è in grado di adattarsi alle diverse esigenze che via via incontra, allo scopo di assicurare continuità e crescita psico-sociale ai membri che la compongono. E la riuscita o meno del suo sviluppo dipende dalla sua capacità di ben utilizzare gli aspetti conflittuali, in una parola dalla capacità di rendere costruttivo il conflitto.

Il conflitto ha molteplici funzioni positive:

  • Previene la stagnazione
  • Stimola interesse e curiosità
  • Permette di affrontare problemi
  • Permette di giungere a soluzioni
  • Permette all’identità personale e di famiglia di stabilizzarsi

Quando una coppia decide di porre fine al proprio matrimonio, ogni coniuge è costretto a fare i conti con se stesso: spesso, infatti, a legami come quello coniugale le persone hanno affidato salute, benessere, speranza di accedere ad un’identità matura, e persino di rinascita rispetto ai dolori provati nella famiglia di origine.
Dunque, l’impresa non è facile né per la coppia né per i mediatori. Il compito dei mediatori, infatti, è principalmente quello di accompagnare la coppia in questa fase di transizione il che significa lavorare a “dipanare la matassa che lega il vincolo coniugale con quello genitoriale in modo da portare in salvo il secondo sciogliendo il primo”.
Infatti la mediazione familiare è un intervento specifico che rivolge la sua azione al presente e al futuro, si differenzia dalla terapia di coppia in quanto non dedica attenzione alla coppia in sé e per sé, alla sua storia e alle dinamiche che legano ciascun coniuge alla propria famiglia d’origine, ma si rivolge alla coppia in quanto genitori che devono imparare a fare i genitori senza essere coppia.
Le difficoltà che un mediatore incontra nel susseguirsi degli incontri sono molteplici: basti pensare che mentre le persone vengono in mediazione per trovare un accordo, stanno vivendo un vero marasma emotivo. Ecco due ingredienti di questo marasma:

  • Si stanno confrontando, ad esempio, con l’elaborazione del lutto che la separazione comporta;
  • Ognuno dei due sta vivendo in un vortice dove dolore, rabbia ed amore si rincorrono ciclicamente.

Sono due cicli emotivi che pur caratterizzati dagli stessi sentimenti, non s’incontrano dal momento che i due ex coniugi non provano mai gli stessi sentimenti contemporaneamente, anzi i sentimenti dell’uno alimentano il ciclo emotivo dell’altro. Il partner che è stato lasciato si sente ferito ed offeso e perciò in collera e da qui la tristezza.
La tristezza e la sofferenza di chi ha subito la separazione fa sentire molto in colpa chi ha lasciato, con il conseguente senso di tristezza che lo porta a sentirsi ed a riconoscere la responsabilità che ha nei confronti del dolore che sta provocando nel partner. A questo punto prova perfino un sentimento di amore nei suoi confronti. Il partner avverte questo passaggio e spera, riprova ancora amore verso chi l’ha lasciato. Chi ha lasciato si trova ora nella condizione di rimettere tutto in discussione. Ma se ha preso questa decisione è stato perché sente di avere subito un’ingiustizia e dunque bene ha fatto, diventa aggressivo, prova rabbia, il che offende profondamente chi è stato lasciato dal momento che se c’è uno tra i due che ha il diritto di essere arrabbiato questi è proprio lui/lei. La sensazione di essere rifiutati si rinnova e diventa così penosa che ti deprime e ti fa sentire veramente triste. Come si fa a sentirsi arrabbiati con chi è triste? Ed il circolo riparte. Ma è solo percorrendo ricorsivamente questo circuito che è possibile procedere ad una progressiva elaborazione del lutto. Emerge così chiaramente la peculiarità della mediazione: trattare il lutto senza trattarlo.
La coppia ancora una volta mantiene fede ad uno dei compiti più importanti per cui si era formata: aiutare ognuno dei due a crescere. L’elaborazione del lutto, che avviene implicitamente e indirettamente in mediazione, contribuisce ad una progressiva riduzione del conflitto e pertanto rende più facile stabilire nuovi confini tra coppia coniugale e coppia genitoriale.

 

 

Qual è la sfida che la coppia lancia al mediatore?

 

È di reggere nel mettere mani in cose segrete che smuovono i sentimenti e che riaffiorano ad ogni negoziazione relativo ai beni tipici dello scambio generazionale: i figli e di conseguenza anche tutti i “beni materiali” di cui i figli abbisognano per vivere casa, sicurezza economica ecc. Si capisce bene che il timore del mediatore di essere travolto in questi cicli emotivi sconnessi e reciprocamente interdipendenti è fondato! Ha la sua ragion d’essere e per dare rassicurazione a questo timore, il mediatore ha bisogno a sua volta di confrontarsi con i colleghi e i supervisori per evitare questo rischio.
La mediazione come intervento di aiuto specifico nel conflitto familiare ha le caratteristiche giuste per offrire opportunità di crescita per tutta la famiglia, eccone alcune:

  • È liberamente scelto, basa la sua esistenza ed efficacia solo sull’autodeterminazione della coppia a realizzarla. Con l’imposizione di fare mediazione purtroppo non si fa mediazione vera!
  • È uno spazio di lavoro con la coppia dove vigono delle regole precise che la coppia si impegna a rispettare quali: rinunciare a chiamare in causa il mediatore in caso di fallimento della mediazione, non usare contro il coniuge i contenuti che emergono durante gli incontri, essere onesti nel fornire i dati economici, tralasciare procedimenti giudiziali contro il coniuge e non intraprenderne durante la mediazione, collaborare attivamente alla ricerca di soluzioni ai problemi, ascoltare l’altro, rispettare il suo punto di vista ecc
  • È un intervento che presuppone di essere realmente disponibili a separarsi dal coniuge (cioè essere oltre il cosiddetto “punto di non ritorno”)
  • Richiede di collaborare a mantenere attiva e positiva la genitorialità dell’ex-coniuge per il bene dei figli
  • Presuppone che siano i genitori e solo loro a prendere decisioni per i figli e per se stessi
  • Richiede che vi sia impegno da parte di entrambi a rispettare gli accordi presi

 

 

Ma quali sono gli argomenti più comuni che una coppia porta in mediazione quando si deve separare?

 

Si parlerà di affidamento dei figli, turni di responsabilità in tempi scolastici ed estivi, di assegno di mantenimento dei figli, di divisione del patrimonio, di accesso dei figli alle rispettive famiglia d’origine e di altre decisioni relative alla quotidianità e alle emergenze.
Lo stile con cui la coppia cercherà soluzioni è ovviamente proposta dal mediatore e presentata sin dalla consulenza alla mediazione, che consiste in un incontro conoscitivo dell’intervento della mediazione. Lo stile si sostanzia di quanto si diceva prima: dare dignità e valore all’altro in quanto interlocutore per poi arrivare a dare dignità all’altro in quanto co-genitori dei propri figli! Ciò produce innumerevoli effetti benefici sui figli che finalmente possono assistere a decisioni prese da mamma e papà che finalmente si parlano tra di loro, che parlano dei loro figli (quale gioia per un bambino sentire il proprio nome nella bocca della mamma e del papà che si confrontano delle decisioni da prendere per il proprio cucciolo!), che rendono partecipe l’altro genitore della vita del figlio, che gestiscono autonomamente la relazione con l’altro genitore senza passare dal figlio. Ciò comporta che il figlio non si senta usato dai genitori come postino, intermediario, paciere ecc a vantaggio della propria crescita e della propria libertà.
Ma cosa deve realmente attraversare un genitore per dialogare così efficacemente con il proprio ex-coniuge? Deve “attraversare” il senso di tradimento e il senso di solitudine. I vantaggi di questo avvenuto passaggio saranno ben visibili nel tempo, saranno evidenti nella relazione che il figlio instaura non solo con i genitori ma con i propri amici; e sarà un’ottima eredità che i genitori gli lasciano quando a sua volta avrà una storia affettiva, vorrà legarsi e dovrà affrontare il timore della separazione che sempre accompagna ogni relazione intima.
Come diceva Karl Jaspers “Se è vero che le crisi gravi si prestano a mettere in luce il lato peggiore di noi stessi è anche vero che quelle stesse crisi possono mobilitare le nostre migliori risorse”.

 

 

Confliggere senza sconfiggere è possibile?

 

Si ma bisogna impararlo; ed è necessario che ci sia qualcuno che propone questa modalità per risolvere il conflitto. Questo qualcuno è il MEDIATORE FAMILIARE. A mio avviso non solo è possibile ma è anche auspicabile che un numero sempre più grande di genitori conosca come si fa. È possibile se si scrivono articoli di mediazione, se si aprono blog dove si parla di mediazione dei conflitti, è possibile se un sempre numero maggiore di professionisti adeguatamente preparati farà da “massa critica”, cioè sarà parte attiva nel portare avanti questo pensiero costruttivo del conflitto, che sostenga le persone a risolvere i conflitti in modo diverso dall’annientamento dell’altro, che aiuti indirettamente i bambini che assistono come spettatori apparentemente passivi ai conflitti sanguinosi tra mamma e papà, che aiuti i genitori a crescere figli sereni e non scissi e a porre così le basi per una società migliore.

 

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