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Disortografia: dai modelli interpretativi all’intervento

Quando si sviluppa la capacità grafica? Come si struttura un intervento in caso di Disgrafia e Disortografia?  Nell’articolo presentiamo alcuni modelli interpretativi senza omettere le questioni complesse che pone in campo un trattamento specifico

 

 

La Scrittura

 

Scrivere non è facile, sia dal punto di vista grafico sia dal punto di vista della correttezza ortografica. D’altra parte siamo gli unici animali che scrivono. E in tutto il mondo, così pure nelle diverse epoche storiche, le forme di scrittura si sono sviluppate in modo diverso e articolato. L’acquisizione della scrittura avviene mediante un apprendimento fortemente influenzato da processi culturali e ambientali.

 

 

Modelli interpretativi

 

Per scrivere occorre una interazione fra il sistema cognitivo, il sistema emotivo, quello linguistico e le abilità neuromotorie. Su questo non ci piove. In letteratura sono stati elaborati numerosi modelli interpretativi per spiegare l’acquisizione del codice scritto: nessuno di questi è incontrovertibile e perfetto. A riprova del fatto che i ricercatori fanno fatica a capirci qualcosa su questo complesso atto tipicamente umano. Tra i modelli oggi più accreditati, o “di moda”, si possono annoverare il modello di Uta Frith e il modello di Coltheart.

Secondo Coltheart l’elaborazione del codice scritto avviene secondo una procedura segmentale di tipo sublessicale e una lessicale. La prima passa attraverso la conversione fonema-grafema mediante un processo acustico-fonologico; la seconda permette il recupero della forma ortografica della parola accedendo alle informazioni presenti in memoria. Sul piano diagnostico e clinico il modello di Coltheart è assai proficuo in quanto permette di operare una distinzione fra colui che ha un deficit nella via sublessicale (difficoltà nella scrittura di parole non dotate di significato e di parole di cui non conosce la forma ortografica) e colui che ha un deficit nella via lessicale (che invece compie errori nella scrittura di parole irregolari).

Diversamente Uta Frith ha proposto un modello secondo il quale l’acquisizione della scrittura avviene mediante quattro stadi:

  • logografica
  • alfabetica
  • ortografica
  • lessicale

Nello stadio logografico il bambino riconosce alcune parole in modo globale perché contengono elementi che ha imparato a riconoscere; nello stadio alfabetico il bambino impara a discriminare le varie lettere e ad operare la conversione grafema-fonema. È con lo stadio ortografico che si impara la regolarità della propria lingua. Infine, nello stadio lessicale il bambino scrive in modo diretto le parole senza passare dalla conversione sublessicale. È anche a causa dell’adozione massiva e acritica di questo modello che a molti piace parlare di letto-scrittura.

Altre teorie, che alcuni definiscono neo-piagettiane, propongono una diversa spiegazione dell’acquisizione della scrittura. Inizialmente il bambino, vivendo in ambienti “scritti”, comincia a classificare i segni del mondo che lo circonda e distingue i segni che si usano per scrivere da quelli che si usano per disegnare. Dal piacere di lasciare traccia progressivamente si passa ad attribuire un significato alle tracce che si lasciano o che si osservano. Si parla infatti di una fase pre-convenzionale in cui bambino è fuori dalla convenzionalità della lettura e della scrittura e produce lettere in combinazione e numero casuale spesso come imitazione del gesto che fanno i grandi e non attribuisce valore al suono. Solo successivamente vi è una fase convenzionale. Il passaggio dalla fase pre-convenzionale a quella convenzionale si ha quando i bambini cominciano ad attribuire valore ai suoni e a far corrispondere questi segni ad un suono. La fase convenzionale comprende tre diversi passaggi:

  • Ipotesi sillabica: i bambini sentono le sillabe, la rima o il pezzo lungo di parola e pensano di dover utilizzare un segno per ogni sillaba
  • Ipotesi sillabico-alfabetica: i bambini capiscono che nelle sillabe ci sono più suoni
  • Ipotesi alfabetica: i bambini sentono che ad ogni suono corrisponde un determinato segno

Secondo questi modelli neo-piagettiani, in estrema sintesi e con una buona dose di semplificazione, si impara prima a scrivere e poi a leggere.

 

 

L’intervento nella Disortografia

 

La Consensus Conference sui DSA dice chiaramente che un “trattamento” è efficace se migliora l’evoluzione del processo più dell’evoluzione spontanea. Insomma, è efficace se si fa qualcosa di meglio di quanto si otterrebbe non facendo niente. Ora, si pongono una serie di questioni e interpretazioni: vediamone alcune…

Un problema riguarda l’oggetto della verifica del cambiamento. Ammesso e non concesso che si parli del numero di errori compiuti, all’attualità non sono disponibili dati certi circa l’andamento evolutivo. Oltre a ciò è facile capire che scrivere bene non significa soltanto scrivere senza errori. Con buona pace dei cultori dei trattamenti anti-deficit.

Poi ci sono i professionisti del “raggiro”, cioè quelli che sostengono che un DSA dovrebbe essere accolto da una scuola inclusiva capace di considerare la sua “caratteristica distintiva” e di aiutarlo a trovare strategie compensative di apprendimenti. E ecco computer, correttori ortografici e compagnia bella.

Certo ci sono anche molti professionisti che insistono sul fatto che l’intervento dovrebbe ridurre il deficit, ma anche fornire strategie  per apprendere attraverso strade alternative a quella deficitaria. Bene, ma non benissimo, no? Vogliamo dire o no, in aggiunta, che esistono anche potenzialità da promuovere, abilità da potenziare ecc.? Insomma tutto ciò che può promuovere uno sviluppo globale il più possibile armonico, efficace ed efficiente?

Per aiutare la persona ad avere accesso alla scrittura e alle regole grammaticali sono necessarie esperienze idonee a promuovere una buona capacità oculo-motoria, acquisire abilità organizzativo corporee e spazio-temporali, sviluppare le percezioni uditive, la capacità attentiva e mnestica, ottenere un equilibrio tonico, gestuale e posturale, conseguire articolazioni espressivo verbali, ricche e varie, vivere esperienze assiali e vestibolari, armonizzare abilità figurative di simboli alfabetici, parole e frasi soggette a leggi determinate. Lo specialista deve rispondere alla necessità primaria di indirizzarsi alle potenzialità, capacità e abilità, per espandersi alla globalità della persona e sul suo complesso sviluppo. Un intervento impegnato a rispondere a tutto ciò che frena, inibisce o ostacola, traducendolo in nuove aspettative, fino a tornare ad investire sull’inclusione sociale.

 

Conclusioni e uno spunto di riflessione

 

Quanto detto vale sia in ambito scolastico che in quello clinico. Purché il professionista, insegnante o clinico, abbia voglia di fare. Per lavorare con persone che presentano difficoltà classificabili come Disortografia bisogna saper osservare e saper fare. E è necessario ricordare che non esistono “schede aspirina” – ancorché evacuate da una teoria scientifica – capaci di dare risposte serie e che non si possono offrire interventi “sedentari” seduti ad un tavolino se si vuole promuovere il reale sviluppo di una persona.

 

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